Amelia è ritenuta la più antica città non solo dell’Umbria ma addirittura d’Italia. La città, eretta su una roccia a strapiombo sulla valle è protetta da una cinta muraria del VI sec. a.C. Campanili e Torri si innalzano verso il cielo.

Chiese monumentali impreziosiscono la città umbra.

Oggi, i frati dell’ordine vivono nel convento dell’Annunzita costruito verso la fine del 1300 sulla verdeggiante collina di Michinano in un ambiente ricco di fascino, contemplazione e silenzio. Ammirato dalla valle, l’antico complesso francescano troneggia ardito come una fortezza, quasi un avamposto di cielo sospeso su un mare di verde.Nella cattedrale di S. Agostino e S. Francesco, Cappella Geraldini, il grande Agostino di Duccio, dal travertino ha fatto fiorire in morbide e stupende sculture la gioia della vita, la giovinezza infranta e il freddo della morte in un concerto armonioso di classiche proporzioni. Amelia è ricca di fervide memorie francescane.

Il convento si è integrato nello splendido paesaggio umbro in maniera quasi discreta, con ampliamenti e rifacimenti sobri e contenuti.

Il chiostro è caratterizzato da una serie di archi a due ordini, impresiosito da un ciclo pittorico di affreschi monocromi recentemente riportati alla luce, raffiguranti i miracoli di San Diego d’Alcalà di Enares, il primo frate minore, non sacerdote, anonizzato dal Papa Sisto V.

 

Con la sua storia lunga sette secoli, il convento continua a emanare un fascino particolare, un invito pressante alla contemplazione e al silenzio.

Serrata nell’abbazia degli antichi edifici è la chiesa dell’Annzunziata costruita tra le rocce del monte. Un edificio umile, semplice dal sapore campestre con una bella annunciazione sull’altare maggiore, realizzata nel 1890 dal pittore perugino Domenico Bruschi.

Varcata la soglia della chiesa infatti, un’emozione forte di suggestione e ammirazione colpisce lo sguardo, un attimo di attesa e sospensione in cui si consuma il si di Maria alla proposta dell’arcangelo Gabriele.

Un attimo destinato a cambiare il corso e la storia di tutta l’umanità.

L’attesa diventa ancora una vola preghiera altissima, abandono, gioia e pace.

Nell’atrio della chiesa meta incessante di pellegrini e visitatori c’è inoltre un signolare presepe permanente realizzato con rara maestria dallo scultore spagnolo Juan José Oliva di Barcellona che ha voluto riproporre la Natività in memoria del primo presepe vivente della storia voluto da S. Francesco a Greccio “poichè voleva vedere con gli occhi della carne il mistero di Dio fatto uomo per noi!”

Accanto al presepio permanente, lungo un ampio corridoio vengono riproposti una serie di episodi evangelici, dall’Annunciazione dell’angelo a Maria, all’apparizione del Cristo Risorto… viene vista e rivissuta la vita di Cristo.

 

Ho davanti agli occhi le immagini della fede e della speranza e nella mente né l’una né l’altra. Ma sono una donna e una madre e conosco il mistero della vita che esplode con gioia e con dolore, conosco l’ansia e l’emozione dell’attesa.


 
Guardo nei tratti semplici e incisivi delle statuette il presepe, il tocco vitale della partecipazione dell’artista. E’ l’attimo sospeso dell’incontro tra l’esperienza, la cultura, la scienza e la scintilla vitale che inizia il suo cammino

concentrato in questo neonato, riscaldato dalla presenza della madre, attorniato da uomini ed animali che sentono nell’aria vibrare il Mistero, partecipi dell’evento e riverenti, guidati dal turbamento e dall’emozione.

E’ notte, l’innocenza sorride e piange, spalanca gli occhi al mondo che oggi l’accoglie, domani lo rinnegherà.

Perchè la purezza si offre, si dischiude sia al filosofo che la celebra come speranza di resurrezione dai mali, sia al pastore che si commuove per la sua fragilità. Si dona a chi l’amerà e a chi lo distruggerà, senza memoria né difesa.

E’ l’inizio, uguale per chi rappresenta l’Amore e per chi quest’amore non conoscerà.

Chi tradisce la vita, questo tradisce l’innocenza urezza che fu. In questo momento, nella trasfigurazione umile e solenne della vita di Cristo, io cerco la mia preghiera e nelle immagini cariche di sensazioni ritrovo un pensiero, come un canto, come una liberazione: devo pregare l’innocenza, ritrovarla perchè come una fonte mi purifichi. 

Devo cercarla in me, per difenderla. Non c’è la differenza nei neonati, tutti hanno bisogno di cure e d’amore, tutti sono nudi ed inermi… ora osso sperare.

di Cristina Antonini

foto di Mauro Guiducci